Maddaloni allena i paralimpici di judo

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Oro a Sydney 2000, è il nuovo preparatore dei disabili visivi per le qualificazioni dei giochi di Londra 2012.

9 febbraio 2011 - Pino Maddaloni ha tempo solo quattro mesi per lavorare con i ragazzi che si giocheranno la qualificazione alle Paralimpiadi inglesi ad Antalya (Turchia) il prossimo aprile. Un primo test è il torneo internazionale del 12-13 febbraio a Vilnius (Lituania). «Se mantengono l’entusiasmo che mi hanno dimostrato nel raduno dei giorni scorsi ci sono buone possibilità - dice Maddaloni, oro a Sydney 2000 e atleta Fair Play 2008 -. Sono stati convocati una decina di atleti fra quelli che godono in questo momento della migliore condizione fisica». Hanno partecipato allo stage anche i loro preparatori atletici. «In questo modo i ragazzi hanno mantenuto il loro riferimento con cui si allenano ogni settimana con cui si sono concordati programmi per aumentare il livello tecnico. Questo scambio di esperienze e competenze spero sia esteso a tutti gli allievi delle singole palestre non solo ai candidati alla nazionale».
IL JUDO SI SENTE - «Il judo si sente. È uno sport di dialogo dei corpi», spiega Maddaloni. L’incontro per i non vedenti comincia dalle prese. Per il resto le regole sono le stesse del judo per normodotati. «Il judo si pratica anche se non si vede. Gli atleti sono accompagnati sul tatami e poi è sempre presente l’arbitro». Durante gli allenamenti i judoki non vedenti possono combattere fra loro. Ciò non è possibile in gara dove l’incontro è fra disabile e normodotato. Questo regolamento può cambiare, come spiega Maddaloni: «Le Federazioni stanno lavorando perché in gara le copie siano formate anche da coppie non vedenti».
BENDATO PER CAPIRE - Maddaloni, ritiratosi dall’attività agonistica, da qualche anno insegna judo. E confessa: «Mi sono bendato per capire come insegnare judo ai non vedenti. Loro sono più bravi di me, perché hanno sviluppato gli altri sensi e la percezione dello spazio e della presenza delle persone». Un invito ai genitori: «Incontro ancora troppi genitori iperprotettivi, che temono che il figlio si faccia male. Le cadute, una presa sbagliata insegnano a rialzarsi, a riprovare. Come bisogna fare nella vita di tutti i giorni».
DOVE PRATICARLO - Ipovedenti e non vedenti che intendono provare a muovere i primi passi sul tatami possono rivolgersi alle migliaia di palestre in cui si pratica la disciplina. «Per avere informazioni possono rivolgersi alla FISPIC-Federazione italiana sport paralimpici per ipovedenti e ciechi (tel. 06.36856352) che indicherà la struttura più vicina al luogo in cui vive l’aspirante judoka - spiega Augusto Mariotti direttore tecnico di Fispic -. Informazioni anche alla FIJLKAM-Federazione italiana judo, lotta, karate e arti marziali (
www.fijlkam.it) e alle sedi locali del comitato italiano paralimpico. La FSSI-Federazione sport sordi Italia (www.fssi.it) e la FISDIR-Federazione italiana sport disabilità intellettiva e relazionale (www.fisdir.it) danno informazioni rispettivamente per aspiranti judoki con disabilità uditive e cognitive».
NON È UN CASO - Maddaloni, 35 anni, è uno judoka dall’età di 3 anni. I primi insegnamenti dal padre Giovanni con cui nel 2005 apre la palestra Star Judo Club che oggi è frequentata da un migliaio di giovani, tra loro anche diversi ragazzi disabili. Siamo a Napoli, la patria del calcio, dove i neonati si battezzano ancora Diego Armando. Una sfida. Vinta, visti i numeri. Un doppio successo se pensiamo che Star Judo Club è in viale Resistenza, quartiere Scampia. La famiglia Maddaloni, con la sua carica di energia positiva, riesce a contagiare i ragazzi che preferiscono la palestra alla strada. Tutti i corsi sono gratuiti. Pino Maddaloni sottolinea: «Ringraziamo chi è già nostro sponsor e invitiamo altri a diventarlo per dare continuità al progetto».
TESTIMONE - «Il mio mandato scade fra due anni. In questo periodo di tempo mi piacerebbe poter passare il testimone da allenatore di judo per disabili visivi a qualcuno dei miei allievi disabili», considera Pino Maddaloni. Competenze e passione fra i giovani infatti non mancano. «È uno sport, ma è anche una disciplina che ti forma uno stile di vita fatto di rispetto dell’altro e sacrificio per ottenere risultati. Gli atleti a livello agonistico sono qualche decina, ma sono molti che lo praticano nel tempo libero, non ha bisogno di ausili e di strumentazioni. Sul tatami il non vendete si muove in uno spazio in cui si sente a proprio agio. I suoi problemi cominciano fuori casa e fuori la palestra perché non trova città accessibili. I trasporti, per esempio, rappresentano un problema che gli amministratori comunali devono risolvere per dare a tutti pari diritti alla mobilità in autonomia».

Fonte: http://www.corriere.it/